di Graziella Atzori

Nel corso dei decenni, la Piccola Biblioteca Adelphi ha proposto ai lettori un gran numero di libri memorabili, capolavori della letteratura mondiale. Uno fra questi è senza dubbio “Siddharta” di Hermann Hesse (pp 198, 1975), con la preziosa traduzione e introduzione di Massimo Mila. Il critico musicale è il miglior presentatore di un romanzo che ha come protagonista invisibile-visibile la “musica della vita”, secondo la poetica espressione dell’autore.  È un romanzo di formazione, ma non solo; può essere definito romanzo filosofico, privo della pesantezza del pensiero ruminante, vivo dei paesaggi esotici millenari e dei moti del cuore assetato di conoscenza. Questa non giunge tramite i libri, l’erudizione o la tradizione, che può diventare abitudine e lettera morta, bensì attraverso l’esperienza. Il cercare girovagando per il paese diventa metafora della ricerca interiore.

Hermann Hesse


Siamo in India a cavallo tra il VI e V secolo avanti Cristo. Protagonista, “Suchender”, in tedesco cercatore, è Siddharta, omonimo del grande Siddharta Gotama detto il Buddha, l’illuminato, principe della stirpe dei Sakya. Anche Siddharta frutto della fantasia dello scrittore, suo alter ego e pure nostro, abbandona la casa sicura dei genitori. Tutti nella crescita li abbandoniamo necessariamente per imparare a camminare con le nostra gambe e forgiare le nostre ali per il volo. Il giovane diventa eremita senza legami, desideroso di scindere i lacci che legano all’apparenza illusoria e impermanente, per ancorarsi a qualcosa intuita, che rincorre come bene supremo e perenne, inalienabile. Come il Buddha però anche lui si distacca dagli asceti, spesso sprezzatori dei sensi, dediti a regimi estremi, manchevoli di una parte essenziale del vero sapere. Anche il Siddharta hessiano ha un amico, Govinda (il discepolo più caro del Buddha è Ananda). I due si separano, Govinda resta nella foresta tra i “sadhu”, gli eremiti. Siddharta dovrà anche lasciare andare il figlio, perché ognuno ha la sua via da percorrere, unica; un genitore non può imporre il suo punto di vista, i suoi stessi passi a nessuno. Diversamente dall’illuminato, egli si rituffa nell’esistenza “profana”, percepita ancora come tale, staccata dalla meditazione. Ne ha bisogno. Sceglie di sperimentare fino in fondo il vivere inconsapevole degli “uomini bambini”, così vede l’umanità, avvinti a tutto ma dipendenti e bramosi perché non possiedono se stessi. Descrive il tormento esistenziale che afferra il pensatore, diverso dagli ignoranti ma non ancora illuminato, incapace di aderire al mondo pur restandone distaccato.
Essere nel mondo, ma non del mondo è il paradosso privilegio del saggio: “A volte percepiva, nella profondità dell’anima, una voce lieve, spirante, che piano lo ammoniva, piano si lamentava, così piano ch’egli appena se ne accorgeva. Allora si rendeva conto per un momento che viveva una strana vita, che faceva cose ch’erano un mero gioco, che certamente era lieto e talvolta provava gioia, ma che tuttavia la vita vera e propria gli scorreva accanto senza toccarlo […]. E qualche volta egli rabbrividì a simili pensieri, e si augurò che anche a lui fosse dato di partecipare con la passione di tutto il suo cuore a questo puerile travaglio quotidiano”.
Siddharta diventa un affarista, fino a comprendere la dipendenza dal denaro che genera avarizia. Si stordisce nel vizio e nel gioco; assapora le delizie dell’amore di Kamala. È il “cammino della mano sinistra”, l’ascesi nella quale il veleno diventa farmaco. Non può fermarsi presso nulla e nessuno. Neppure presso il Buddha venerato. Finché un umile pescatore, Vasudeva, lo traghetta da una sponda all’altra del fiume – altro simbolo classico del trapasso dall’ignoranza alla conoscenza – e lo esorta ad ascoltare il fiume. La natura è viva ed ha voce, musica! Personaggio chiave, Vasudeva rappresenta senza dubbio i “puri di cuore” evangelici, beati perché “vedranno Dio”. Immerso ed immedesimato nel “fuori”, di cui ascolta l’anima profonda, Siddharta comprende e si illumina. Ciò che ha sempre cercato è l’unità del tutto, dentro-fuori, a cui siamo legati indissolubilmente. È il sacro quotidiano vivere, non più profano.
“E tutto insieme, tutte le voci, tutte le mete, tutti i desideri, tutti i dolori, tutta la gioia, tutto il bene e il male, tutto insieme era il mondo. Tutto insieme era il fiume del divenire, era la musica della vita”. Tutto non escludente, appagante, al di sopra delle singolarità ma immanente ad esse. Il “quid”, la quiddità di San Tommaso si affaccia in queste pagine meravigliose, dense di fascino, scritte con semplicità incisiva, la prosa dei grandi scrittori, che hanno incantato milioni di giovani e meno giovani nel mondo.
Finalmente il volto del Buddha, il suo sorriso misericordioso, sottende il reale apparente; il “Suchender” penetra il “costante, tranquillo, fine, impenetrabile, forse benigno, forse schernevole, saggio, multirugoso sorriso di Gotama, il Buddha, quale egli stesso l’aveva visto centinaia di volte con venerazione”.  L’illuminazione che giunge subitanea riporta al verso di Giuseppe Ungaretti: “M’illumino d’immenso”. Possiamo considerarlo il cuore magnifico di “Siddharta”.
Il libro venne pubblicato per la prima volta nel 1922. La prima traduzione italiana è del 1945. Hesse (1977-1962), Premio Nobel per la letteratura nel 1946, è stato un ponte tra la cultura occidentale e quella orientale.

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(g.a.) Oggi ho proposto un libro speciale da leggere o rileggere, specie in questo periodo carnascialesco. Esistono collegamenti sottili e nascosti tra il personaggio creato da Hermann Hesse, Siddharta – lo stesso nome di Buddha l’illuminato -, un cercatore e pellegrino in India cinquecento anni prima di Cristo, un “Suchender”, e le figure dei “benandanti”, letteralmente i “buoni camminatori”. Questi ultimi sono stati presenze significative nella cultura e nel folclore tradizionale friulano già nel sedicesimo secolo, come documenta lo storico Carlo Ginzburg nel suo saggio “I benandanti”. Essi difendevano la giustizia e i contadini, girando di paese in paese; erano ispirati dagli angeli, cercavano Dio nella vita e nella fatica di tutti i giorni. I pellegrini nel mondo si assomigliano in ogni epoca e in ogni luogo, in Oriente come in Occidente.
Hesse nell’andare del girovago compone l’affresco della vita, la sua musica come sottolinea il musicologo Massimo Mila, prefatore del romanzo. Ma quale sarebbe l’aggancio tra festa del Carnevale, benandanti e cercatori dello spirito? Quali le origini sacre del Carnevale? L’aggancio è…la maschera! I benandanti erano tali per destino, per “diritto naturale” in quanto nati con la “maschera”, la “camiciola”, una parte di placenta rimasta attaccata sul viso del neonato. Ciò era considerato un segno di fortuna, ma pure un distintivo che indicava nel bambino un futuro sensitivo, uno sciamano. Il Carnevale è un momento di rilassamento e distensione; nasce in epoca antichissima come giubilo per il risveglio della natura grazie al Divino che lo rende possibile. La festa deriva dai “Saturnalia” romani. È quel Divino che Siddharta scopre nella sua illuminazione.
L’elemento festoso del Carnevale si manifesta nel baccano delle maschere. Baccano in onore di Bacco, ovvero il Dioniso greco, dio dell’estasi illuminante scaturita dall’ebbrezza. “In vino veritas” recita il proverbio. Non sto invitando all’ubriacatura, ma al piacere della conoscenza e della meditazione. Però un brindisi non guasta, con i nostri ottimi vini del Collio! Ricordo qui che il “Simposio” di Platone, incontro in cui il filosofo medita sulla natura di Eros, è benedetto da ampie libagioni.  Buon Carnevale e tanta gioiosa sapienza a tutti, oggi tanto necessaria in questa crisi sanitaria ed economica che ci attanaglia. Siamo tutti sacri cercatori e pellegrini! Viva la vita e la prossima primavera ricca di speranza, di buone scelte e accresciuta consapevolezza.

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In copertina, la statua di Siddharta, il Buddha, omonimo del protagonista del romanzo di Hermann Hesse.

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